La tomba XXXI e il Lituo
Nel corso delle successive campagne di scavo (a partire dal 2000), oltre alla fossa votiva, è stato ritrovato un gruppo di nove tombe (8 a camera e 1 a fossa) inquadrabili tra il VI e il V secolo a.C., che ha gettato nuova luce sulla civiltà dei Sabini.
Innanzitutto la datazione dimostra l’utilizzo di Colle del Forno a necropoli fino agli inizi del V secolo a.C. In secondo luogo la diversa tipologia di queste sepolture – grandi tombe monumentali con loculi per più deposizioni e corredi limitati a un solo elemento (spada, lancia o pugnale per i maschi e ornamenti per le femmine) – fa pensare a una modifica sostanziale nell’organizzazione dell’insediamento in cui si passa da un assetto verticistico con a capo un principe (v. Tomba 11) a una forma di ricchezza più condivisa che sembra suggerire l’attuarsi di una sorta di livellamento sociale.

Questa riduzione e semplificazione del corredo non va però interpretata come sintomo di impoverimento della società bensì come un mutamento di costumi che vede la ricchezza delle famiglie emergenti misurarsi non più sulla preziosità del corredo ma sull’imponenza della tomba stessa. La presenza di frammenti di vasellame attico etrusco a figure nere nel materiale di riempimento del dromos (il lungo corridoio scavato nel tufo attraverso il quale si accedeva alle camere sepolcrali delle tombe che veniva aperto e richiuso a ogni deposizione), testimonia i rapporti dei Sabini con le vicine popolazioni degli Etruschi e dei Falisci.
Un dato indicativo sulle consuetudini politico-religiose dei Sabini è fornito dal ritrovamento, in una delle tombe (n. 31) di un lituo, un lungo bastone ricurvo in ferro utilizzato per l’arte divinatoria, simbolo della carica dell’augure. Si tratta di un reperto rarissimo, attestato in Italia da molte rappresentazioni ma finora rinvenuto solo in contesti etruschi piuttosto tardi (IV – III secolo d.C.).
Il lituo rinvenuto a Colle del Forno della seconda metà del VI secolo d.C. rappresenta fino ad ora l’esemplare più antico ed un unicum nell’Italia antica.
L’augure, cioè il sacerdote, grazie al complesso rituale dell’auspicio, era in grado di interpretare il volere degli dei attraverso i segni della natura ed era dunque una figura tenuta in gran conto nelle società antiche. La stessa elezione di Numa Pompilio a re di Roma fu presa dopo la consultazione del volo degli uccelli e la consacrazione con il lituo da parte dell’augure, come ricordato da Livio.
La presenza del lituo testimonia la permanenza di una tradizione certamente più antica che vedeva il sacerdozio appannaggio delle famiglie aristocratiche, rendendo la figura dell’augure una delle socialmente più rilevanti della comunità e l’unica capace di farsi da intermediario tra l’ umano ed il divino.



